Facebook e il punteggio di pertinenza.

E’ di qualche giorno fa la notizia che Facebook renderà visibile agli investitori pubblicitari il cosiddetto “punteggio di pertinenza” relativo alle comunicazioni promozionali pubblicate all’interno della sua piattaforma di Advertising.

E’ un annuncio importante perché significa che il re dei social si sta adeguando agli standard già attuati da Google per le campagne Adwords Pay per Click.

Sull’interessante sito di Fabio Piccigallo trovate un interessante approfondimento su questa novità.

Google+? Un terribile flop. E Mark Zuckerberg gongola.

I fan di Google+ non crederanno ai loro occhi leggendo ciò che sto per scrivere.

Google+ non lo usa nessuno. O, meglio, non lo usa quasi nessuno.

Da uno studio di Greg Miernicki risulta infatti che il social network della grande G, che doveva fare il mazzo a Facebook, avrebbe solamente fra i 4 e i 6 milioni di utenti attivi. Ed effettivamente è un po’ pochino se si considera che gli utenti che hanno un account su Google si aggirano intorno ai due miliardi.

La piattaforma di Google, appare oggi come una terra di nessuno, che sopravvive alla chiusura solo grazie all’interconnessione dei profili con tutti gli altri servizi di Google, in particolare Gmail e YouTube.

Analizzando i dati dello studio di Miernicki, si scopre che appena il 9% dei 2,2 miliardi di utenti registrati abbia mai utilizzato Google+ per pubblicare un contenuto pubblico. Le cifre sono implacabili: appena lo 0,2-0,3% dei profili Google+, cioè 4-6 milioni di utenti, avrebbe dato segnali di vita nei primi venti giorni del 2015, un insieme di produzione di contenuti tale da coinvolgere solamente 244mila utenti al giorno.

Si tratta di un’analisi chiaramente parziale e che si basa su un elenco di profili pubblici, ma di certo è significativa dell’insuccesso di una piattaforma che pare non essere riuscita a conquistare il cuore degli utenti, poco affascinati da cerchie e schede.

E, intanto, mister Zuckerberg gongola.


In un futuro molto prossimo Google ospiterà tra le ricerche anche i risultati di tre motori concorrenti.

La notizia è di quelle forti: l’Antitrust Europea ha (quasi) convinto il colosso di Mountain View Google ad ospitare nelle sue pagine di ricerca e di servizi, i risultati di tre suoi concorrenti.

L’ha annunciato il commissario UE  Joaquin Almunia, che puntualizza: “La mia missione è di proteggere la concorrenza e di beneficiare i consumatori, e non i concorrenti”.

Prima, però, Almunia dovrà sentire il parere dei concorrenti di Google interessati alla questione. Big G, in questo modo, eviterà l’arrivo di pesantissime sanzioni dalla Commissione Europea.

I servizi dei tre concorrenti saranno selezionati in modo oggettivo, e saranno presentati sulla rete in modo chiaramente visibile agli utenti, in modo da poter essere comparato al modo in cui Google stesso espone i suoi servizi.

Continua Almunia. “Senza impedire a Google di migliorare i suoi servizi, il rimedio fornisce agli utenti una scelta reale tra servizi concorrenti mostrati in modo da poter fare un paragone, in modo che stia a loro fare una scelta”.

Il principale scopo dell’operazione, infatti, è quello di incoraggiare Google e i suoi principali rivali ad innovare e migliorare la loro offerta.

Google, inoltre, rimuoverà la “clausola di esclusiva” dagli accordi con coloro che forniranno servizi di ricerca pubblicitaria. A controllare tutto ci sarà un organismo di monitoraggio indipendente che dovrà assicurare che Google applichi in pieno i propri impegni.

Il SEO è morto? Viva lo SMO!

Da qualche mese è sempre più difficile utilizzare Google sui dispositivi mobili. La troppa pubblicità con cui BigG infarcisce i risultati delle ricerche, rende difficoltosa la lettura già sui normali pc, dove ci si può ancora destreggiare per via delle dimensioni ancora “grandi” dei monitor, figuriamoci poi se la stessa ricerca la proviamo a fare da un tablet o, peggio ancora, da uno smartphone, dovela situazione diventa davvero complicata: si rischia di non vedere nessun risultato della ricerca senza dover scorrere la pagina. Tutta colpa della pubblicità e delle mappe di Google che tolgono spazio e visibilità alle ricerche organiche che, fino a prova contraria, sono quelle che tutti noi preferiamo perché più “genuine”.

Tutto ciò ha conseguenze devastanti soprattutto per le aziende che cercano in tutti i modi, attraverso il lavoro dei consulenti SEO, di scalare le serp e comparire il più in alto possibile tra i risultati. Con tutta quella pubblicità, le probabilita di riuscita dell’impresa sono vicine al nulla.

Discorsi che, se visti da un punto di vista un po’ drastico, rischiano di decretare in qualche modo la fine annunciata del Seo (Search Engine Optimization), l’insieme delle procedure su cui si lavora per rendere il sito piùvicino ai desideri dei motori di ricerca.

Il quotidiano inglese The Guardian, non proprio l’ultimo arrivato, è proprio di questo parere come ha scritto qualche giorno fa: “Nel peggiore dei casi, il Seo si traduce nel rendere i contenuti web meno interessanti per i lettori ma migliori per i robot dei motori di ricerca e per i misteriosi algoritmi di Mountain View”. Con l’aggravante che da qualche anno a complicare la faccenda si sono messi anche i social media che nel 2012, secondo un rapporto di Forrester, hanno generato il 32% delle “scoperte online” contro un 54% di marca Google e altri motori di ricerca. Il pareggio dei conti è quindi dietro l’angolo.

Quale sarebbe, a questo punto, la medicina con cui singuarisce da questo problema? I medici del web l’hanno (l’avrebbero) trovata: si chiama SMO (Social Media Optimization) ed è l’acronimo che, secondo molti, manderebbe definitivamente in pensione il SEO. Sono infatti sempre di piú le “raccomandazioni degli amici sui social network” e iniziano a contare molto di piu di tutti i benedetti algoritmi creati a Mountain View o giù di li.

Il Censis conferma che i giovani si informano prevalentemente sulla rete. Ma regge lo zoccolo duro degli anziani che preferiscono i media tradizionali.

Nel terzo dei quattro incontri che il Censis dedica nel mese di giugno alla “società impersonale”, emerge quanto segue:

“Oggi i consumi mediatici di giovani e anziani sono diametralmente opposti, con i primi posizionati sulla linea di frontiera dei new media e i secondi distaccati, in termini di quote di utenza, di decine di punti percentuali”.

Se andiamo nel dettaglio di ciò che rivela il Censis, scopriamo che la percentuale di giovani che utilizza internet è addirittura del 90,8%, ma il dato crolla clamorosamente quando parliamo di anziani: solo il 24,7% di loro ha a che fare con la rete.

I canali di YouTube sono visionati per il 79,9% dai giovani e per il 5,6% dagli anziani; Facebook è terreno fertile per il 79,7% dei giovani ma è arido per gli anziani con solo il 7,5%.

Passando agli smartphone di ultima generazione, scopriamo che il 54,8% degli under 30 li utilizza regolarmente per restare connessi col mondo, mentre tra gli over 65 solo il 3,9% ne possiede uno.

Per quanto riguarda infine la cosiddetta Web Tv, i giovani che la guardano sono il 39,1%, esattamente dieci volte tanto la percentuale degli anziani che è ferma al 3,9%.

Altro dato importante rivelato dal Censis riguarda l’informazione, dove la centralità dei telegiornali classici la fa ancora da padrone, dato che l’80,9% degli anziani li utilizza come fonte principale di informazione, mentre i giovani preferiscono informarsi in rete principalmente con Google (65,7%) e Facebook (61,5%).

Questi dati confermano lo spostamento sempre più corposo della massa dei giovani verso il web, luogo dove per un editore è sempre più necessario essere presenti, se si vuole raggiungere il target delle nuove generazioni, per non parlare dei nativi digitali che i media tradizionali sanno a malapena cosa siano.

Conferma tutto il Censis con questa nota:

“Questi sono i dati più esplicativi del ciclone che si è abbattuto sull’apparato mediatico tradizionale, della tendenziale riduzione al singolo delle leve dell’informazione, dell’autodominio del soggetto nella comunicazione. Soprattutto per i giovani le strategie di adattamento nell’ambiente dei media digitali sono improntate al nomadismo – la molteplicità dei media a disposizione li spinge a passare dall’uno all’altro – e al disincanto – l’integrazione dei mezzi determina l’assenza di una vera e propria prospettiva gerarchica tra di essi: per loro le notizie apprese da un tg o da un quotidiano valgono quanto quelle trovate sul web”.

Graph Search, il motore di ricerca di Facebook contro il dominio di Google.

Il 2013 di Facebook si è aperto all’insegna della “guerra a Google”.

Mark Zuckerberg, stanco di sentirsi umiliato sul fronte delle ricerche sul web, ha pensato di creare un suo personale motore di ricerca sociale che danneggi il colosso di Mountain View azzannandolo da un’angolazione diversa da chi ci ha provato in passato (vedi Bing).

Zuckerberg, a differenza di Brin e Page, i creatori di Google, non vuole una “web search”, ma una “graph search”, un mega sistema che vada curiosare tra i miliardi di contributi inseriti dagli utenti sul “suo” Facebook: dati, immagini, testi, connessioni, condivisioni, video etc.

In questo modo, cercando una determinata parola, Facebook fornirà un quadro completo della situazione ( grazie a 240 miliardi di immagini e mille miliardi di interconnessioni generate da un miliardo di utenti) che mette insieme i risultati di quella ricerca. Con conseguente pubblicità mirata, naturalmente.

Per meglio capire la differenza tra i due attuali mostri sacri del web, diciamo che su Google si cerca tra il materiale “presente” sul web, mentre su Facebook il materiale arriva direttamente dalle pagine dei “nostri amici”. E quindi diventa più affidabile e più simile ai nostri desideri. E così su Graph Search (si chiamerà proprio così) potremo cercare “ristoranti di Roma frequentati dai miei amici”. E scusate se è poco.

Secondo gli esperti, Graph Search avrebbe tra le mani un tesoro che potrebbe davvero far male a Google: la condivisione degli argomenti e delle informazioni tra gli esseri umani, cosa che a Mountain View non hanno.

L’idea però non ha avuto un buon impatto con le Borse. Sembra infatti che i titoli dei Social Network abbiano perso qualcosina dopo l’annuncio di Zuckerberg, che oltre agli affari ha dovuto pensare a come fronteggiare il discorso legato alla privacy dei contenuti che serviranno per far funzionare il Graph Search. Il guru dei Social Network ha infatti dovuto ricorrere a un nuovo algoritmo fatto in casa che servirà proprio ad evitare grane legate al privato del popolo di Facebook: le ricerche avverranno solamente con l’utilizzo di materiale preventivamente condiviso da chi lo ha “postato”.

Se vi è venuta voglia di saperne di più, andate a curiosare qui.

Negli Stati Uniti la pubblicità su Google supera quella sulla carta stampata.

La notizia è da segnare col pennarello rosso, soprattutto per quelli come me che hanno iniziato a lavorare quando internet ancora non esisteva. La pubblicità su Google ha superato quella sulla carta stampata, parliamo ovviamente di United States Of America, ma presto succederà anche da noi. E quindi le nuove tecnologie hanno nuovamente avuto la meglio sulle vecchie, storia già sentita spesse volte.

Nel primo semestre del 2012 la pubblicità sul principale motore di ricerca al mondo ha raggiunto i 20,8 miliardi di dollari di ricavi, mentre la somma dei mezzi di comunicazione sulla buona vecchia carta ( in USA) ha raccolto 19,2 miliardi. E’ la conferma della costante crescita di Google nel mercato della pubblicità online, l’ennesimo segnale rivolto a quelle aziende ancora scettiche che non credono nella comunicazione sulla rete.

Adesso manca solo l’ultimo sorpasso, quello sulla televisione, e Google balzerà in testa a tutti gli investimenti sui media. La data è vicina.

Una nota tecnica: i dati raccolti, elaborati dalla società di ricerca Statista, non calcolano i ricavi pubblicitari generati dai siti Internet dei vari organi di stampa statunitensi. Il confronto tra Google e la carta, sottolinea quindi  Statista, non è “alla pari” visto che Google opera a livello mondiale.

Resta comunque un segnale da tenere in forte considerazione.

E (finalmente) anche i giornali a larga diffusione parlano di Web Marketing.

Ho notato, sfogliando quotidianamente diversi giornali, che aumentano sempre di più gli articoli che parlano di Social Media e di Web Marketing in generale. Repubblica, per esempio, almeno tre volte alla settimana tratta di argomenti a me cari. E ciò non può che farmi piacere, perché se anche i giornali (più o meno popolari) decidono di parlare di come si sta evolvendo il marketing sul web e di come i Social Network stanno prendendo sempre più piede, significa che ormai siamo arrivati a quello che vado scrivendo in questo spazio da un paio d’anni: il futuro è della rete. Piaccia o non piaccia, è così. Non si può più far finta di nulla.

Nei giorni scorsi, per esempio, proprio su Repubblica, il giornale fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Ezio Mauro, è apparso un interessante pezzo di Riccardo Luna, (foto) un esperto di internet e di nuove tecnologie e direttore di Wired Italia, dal titolo Benvenuti nell’era dell’invertising, dove il cliente (online) ha sempre ragione. Su questo pezzo casomai tornerò nei prossimi giorni, ma intanto vi invito a leggerlo.

Sempre su Repubblica, domenica scorsa, è uscito un trafiletto firmato dal corrispondente americano Federico Rampini, in cui si parla di come due colossi della rete come Google e Amazon stiano ampliando sempre di più i servizi dedicati al cliente. Interessante, lo potete leggere qui sotto.